LA ROSETTA DI PIAZZA VETRA

26-27MARZO ore 20.00 
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NOTE DI REGIA e DRAMMATURGIA

"Il 13 di agosto, in una notte scura, commisero un delitto, gli agenti di questura. Hanno ammazzato un angelo di nome la Rosetta, era di piazza Vetra, battea alla Colonetta."
La storia di Elvira Andressi, detta Rosetta ci arriva attraverso le parole di questa canzone popolare, cantata negli ambienti nella mala ma anche parte di una memoria collettiva. Tutti noi ricordiamo quel motivo e certamente anche qualche strofa, forse perché ce la cantavano i nonni, o come nel mio caso il mio papà.
La storia della Rosetta però sembra perdersi in un tempo troppo lontano e in un momento storico poco rilevante rispetto a quello immediatamente successivo delle due grandi guerre che hanno cambiato la storia di questo paese.
Una vicenda che forse risulterebbe marginale al giorno d’oggi ma citando il Corriere della Sera in un articolo del 1980 “erano tempi quelli, in cui la morte di una prostituta significava ancora qualcosa”. L’assassinio della Rosetta torna a far parlare di sé proprio in quell’anno, quando Armando Forcolini, due anni dopo la morte del padre Guido, trova in un cassetto del suo scrittoio una foto e dietro la scritta “Rosetta, mi hai dato le notti d’amore più belle della mia vita”.
Proprio da qui parte il nostro racconto, ispirato a questo fortuito ritrovamento e alla documentazione, anche se poca e controversa, che ci rimane di questa triste storia.
La scelta più naturale è stata quella di non attenerci in maniera fedele alla cronaca ma di prenderci la libertà di immaginare quelle atmosfere e quei personaggi che ormai nessuno ci può più raccontare.
La musica, eseguita dal vivo, una “non scenografia” fatta di disegni a carboncino che prendono vita dal tratto del pittore Simone Galimberti durante lo spettacolo e l’uso dell’inflessione dialettale suggeriscono un mondo di rumori, voci, sapori, regole non scritte, povertà, rabbia e canzoni per allontanare la malinconia di una vita troppo dura.
La Rosetta di piazza Vetra vuole essere un racconto delicato di quell’orgoglio popolare, di chi condivide la miseria e la consapevolezza che, per quanto possa diventare arrogante, vile e colpevole, il potere “non finirà mai in galera”.

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